L’Ansia è un argomento decisamente attuale e molto dibattuto. Costituisce, insieme alla Depressione, la fonte di disagio psicologico più diffuso in Occidente.

Potrei affrontare il tema Ansia descrivendo le sue principali forme, indicando quelli che secondo me sono i più efficaci approcci psicoterapeutici o parlando dell’efficacia o meno dell’approccio farmacologico;   ma per questo ci sono persone sicuramente più titolate e preparate di me e, in secondo luogo, non credo sia il modo efficace per essere un minimo (e sottolineo “un minimo” perché ciò può dare questo spazio) di aiuto a chi di ansia soffre.

Parlerò dell’Ansia da un’altra prospettiva, meno scientifica e più esperienziale, considerando quando si può considerare Amica e quando diventa una acerrima Nemica della persona che l’avverte (in realtà oltre ad avvertirla la Produce, è fondamentale sottolinearlo!).

L’Ansia in sé non è altro che uno stato di attivazione dell’organismo che avverte l’Io cosciente che c’è un pericolo imminente, qualcosa che non va; è, insomma, un campanello d’allarme emotivo, perciò rappresenta un segnale amico prodotto dai nostri sistemi inconsci per spronare i sistemi coscienti a mobilitarsi per operare un cambiamento che ci metta al sicuro e migliori la nostra condizione di vita. Nella sua essenza, quindi, l’Ansia ci è Amica!

Perché, allora, tanto spesso diventa un nostro potente nemico che ci blocca fino a paralizzarci o ci impedisce di vivere serenamente esperienze per noi importanti?

La risposta è complessa e varia in sfumature da persona a persona, ma alla base ci sono dei fattori comuni:

1.   La modalità di percezione. Spesso abbiamo la tendenza a percepire l’Ansia che stiamo provando come qualcosa di esterno a noi di cui siam caduti vittima, così, da segnale amico qual’é,  diventa una minaccia da cui fuggire, un disagio inspiegabile da eliminare. Percepirla in questo modo impedisce qualsiasi riflessione sui motivi profondi che ci hanno portato a provare ansia, impedendo l’avviarsi di quel processo di cambiamento che ci allontana dal pericolo subcepito e spegne l’allarme.

2.   La reazione a catena.  Intendo quel processo, soprattutto alla base degli Attacchi di Panico, attraverso cui l’avvertimento di ansia genera paura, che amplifica l’ansia, che trasforma la paura in terrore, che attiva reazioni riflesse e primordiali di preparazione ad una rapida fuga, che portano al panico perchè l’Io cosciente è giunto a pensare che sta morendo!  Questo processo è un vortice difficile da controllare, anche perché ad un certo punto si attivano dei meccanismi riflessi, automatici, che sfuggono al controllo volontario. Ma questo processo inizia dalla mancata lettura dell’ansia come segnale amico, cosa che insieme ad un terapeuta si può imparare (o reimparare) a fare.

3.  La resistenza al cambiamento.  A volte l’ansia che proviamo permane perché noi decidiamo di non voler affrontare un problema, abbiamo paura di operare quel cambiamento che ci toglierebbe da una situazione scomoda, da qualcosa che sentiamo non ci appartiene, da una relazione che non ci soddisfa, da un lavoro che non ci piace, etc.  La paura dell’ignoto, quindi di scegliere ed operare un cambiamento, sta alla base di questa resistenza. In questo caso dentro di noi si configura un vero e proprio conflitto tra la percezione che nella nostra vita c’è qualcosa che non funziona, quindi ansia amica, e la paura di andare a vedere cosa sia che non va, perché una volta che lo abbiamo visto lo sappiamo e prima o poi dovremo rischiare nell’ignoto operando il cambiamento dovuto.  In questo caso ci difendiamo dalla nostra esperienza e fino a quando la tolleriamo preferiamo rimanere con quel costante vissuto d’ Ansia che sbiadisce i colori della nostra vita ma ci evita di rischiare…  ma di rischiare cosa poi?

A ciascuno la propria risposta.