Il ricorso agli psicofarmaci è un fenomeno dilagante in Italia come in tutto l’Occidente industrializzato.  Ansiolitici, ipnotici ed antidepressivi sono  categorie farmacologiche largamente prescritte, molte volte a ragione, altre volte no.

Di contro, il ricorso all’ausilio dello psicologo è generalmente sottovalutato, anche dagli stessi medici di base.  C’è poi chi, ed il numero sta crescendo negli ultimi anni tanto che in Italia si registra un lieve calo nell’utilizzo degli psicofarmaci, è contrario  al farmaco, considerandolo un surrogato chimico insalubre e potenzialmente controproducente, dato che evita nella persona il reperimento di quelle risorse interne necessarie per risolvere le proprie difficoltà psicologiche.

In sintesi le opinioni dell’uomo della strada sull’utilità degli psicofarmaci e della psicoterapia per la risoluzione del disagio psichico sono variegate e a volte confuse. Cercherò di fare chiarezza.

Esistono delle condizioni di sofferenza psichica che necessitano di un intervento psicofarmacologico prima di qualsiasi altra terapia.   Mi riferisco a disturbi che hanno un forte coinvolgimento del metabolismo cellulare neurologico  (ad esempio i disturbi dell’umore, le psicosi, ma anche certe forme di disturbo ossessivo/compulsivo etc.).

In altre situazioni di disagio, determinate da problematiche di natura psicologico/relazionale (sono la maggior parte!) , il farmaco può essere uno strumento utile in un momento di particolare crisi, efficace per alleggerire il peso della sofferenza, riuscire a riposare, recuperare energie,  ma non rappresenta la soluzione.

Il farmaco in questi casi agisce sui sintomi, ad esempio allevia l’ansia, alza l’umore, permette di dormire, ma non agisce su ciò che determina i sintomi, ossia le problematiche di natura psicologica e/o relazionale.

Infatti spessissimo la sospensione dei farmaci fa riaffiorare i sintomi tali e quali a prima, favorendo l’insorgere di un meccanismo di dipendenza dal farmaco (ansiolitici ed antidepressivi in particolare).

Che fare allora?  La risposta è la Terapia della Parola:  spesso non serve  nemmeno un percorso psicoterapeutico, può essere risolutiva una consulenza psicologica, un intervento breve e focalizzato che in poche sedute aiuta la persona ad individuare e risolvere i propri problemi e riconquistare un sereno equilibrio.

Così scopriamo che pillole e parole, se usate in scienza e coscienza, non sono contrapposte,  ma strumenti di promozione della salute da adattare al singolo individuo.